Le grandi storie del sud-est asiatico nascono spesso nei villaggi, tra risaie allagate e fiumi che scorrono lenti, per passare poi di voce in voce finché qualcuno decide che meritano un palcoscenico più grande.
L'immagine della sua strana nascita compare in antichi racconti buddhisti e in altre tradizioni dell'Asia. La versione thailandese in nove atti è la più ricca di tutte, scritta da un sovrano che forse sapeva che ogni corte vicina ne raccontava solo un pezzo.
👉 In questo episodio viaggiamo in Thailandia per scoprire una delle storie più amate del sud-est asiatico, un racconto che unisce tradizione popolare, mondo spirituale e memoria di corte.
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Trascrizione Episodio
Benvenuti a "Storie e Leggende dal Mondo", il podcast che va a cercare quei racconti che nei secoli sono arrivati di voce in voce e poi trascritti con piuma e calamaio su vecchi tomi polverosi.
Nell'episodio di questa settimana, si vola in Thailandia, nel pieno del sud-est asiatico, tra le risaie allagate e i fiumi lenti dove, tradizionalmente, dormono ancora i Naga, i famosi re-serpente che vegliano sulle acque.
Il racconto che andrò a narrarvi ha una storia particolare alle spalle, perché a scriverla, verso dopo verso, è stato un Re. Si tratta di Rama II che sul trono di Siam agli inizi dell'Ottocento, prese una novella che i contadini si raccontavano la sera nei villaggi e la trasformò in un dramma danzato per la sua corte, con tanto di musica, canto e gesti codificati fino alla punta delle dita. Lo intitolò Sang Thong, il Principe d'Oro della Conchiglia. Una storia lunga in nove atti, in cui un regno nasce, sprofonda e risorge. Ma non tergiversiamo oltre.
Mettetevi comodi, questa, è la storia di Sang Thong.
Il Re Yosawimon governa un regno ricco e rispettato, ma temuto dai vicini. Quello che gli manca, è un erede, e il popolo glielo ricorda ogni volta che esce a ispezionare la città. Decide allora di convocare la regina Chanthewi, la sua sposa principale, e tutte le mogli minori di corte, promettendo a chiunque gli darà un figlio, che quello sarà il designato per guidare il regno.
Dovete sapere, però, che il cielo ha già deciso. Una divinità è in punto di lasciare la propria esistenza celeste, e cosa sceglie di fare? Rinasce come uomo, così, il suo spirito entra nel grembo di Chanthewi. Quella notte Yosawimon sogna un sole e una stella, e l'astrologo di corte, interrogato al mattino, asserisce con certezza che la regina partorirà un figlio di grande merito, il bun per intenderci, quell'accumulo di buone azioni da una vita all'altra, un po' come i soldi messi via in banca ecco, che tornano utili nel momento del bisogno. L'astrologo continua, dicendo che quel figlio, si allontanerà dalla reggia per poi farvi ritorno.
I mesi passano, e Chanthewi fiorisce.
Ma non è la sola... c'è anche Chantha, una delle mogli minori, che resta incinta, e il Re la colma di doni. Questa regina secondaria, temendo che il proprio figlio non regga il confronto con quello della regina principale, corrompe l'astrologo perché cambi la profezia. Quando arriva il momento, il travaglio di Chanthewi è lungo e feroce. Tuttavia, dopo quell'immane sforzo, quando il bambino scivola fuori, nella stanza c'è solo una conchiglia chiusa.
Il Re rimane accecato dalla vergogna, e Chanthewi gli offre la propria vita piuttosto che recargli quel disonore.
È il momento che Chantha aspetta. Con l'astrologo già al suo fianco, fa ribaltare la profezia, quella nascita diventa una condanna, non un dono, e le colpe di Chanthewi porteranno carestia e morte sul regno, a meno che il Re non la allontani subito. Lui, piangendo, ripete a Chanthewi di non avere colpe se non quella di doverla mandare via. Lei chiede solo sette giorni di tempo. Ma Chantha, temendo un ripensamento, fa credere al Re che il popolo si stia già sollevando. E non è vero. Ma funziona.
Chanthewi parte con la conchiglia tra le braccia, senza che il Re esca a salutarla. Durante il viaggio sul fiume, un soldato corrotto da Chantha, che non le ha fatto preparare né cibo né oro come promesso, sfodera la spada per finirla, ma gli altri soldati lo fermano. Qualunque sia la sua sorte, resta comunque la loro regina. La lasciano quindi scendere sulla riva con un po' di riso, abbandonandola lì, da sola.
In braccio tiene quel guscio che chiama figlio, mentre intorno a lei, c'è solo il grido selvaggio della foresta.
La regina esiliata cammina piangendo nella foresta con la conchiglia stretta al petto. Non ha mai messo piede in un bosco prima di allora, e ogni verso d'animale che sente la terrorizza da morire. Il sole picchia forte quando finalmente scorge una capanna. Due vecchi contadini la vedono correre verso di loro. L'anziana sospetta addirittura il marito di un appuntamento nascosto con quella sconosciuta così bella; lui, offeso, la zittisce e si scusa con la straniera per la gelosia della moglie. Solo quando Chanthewi racconta tutto, i due si calmano e la fanno entrare in casa. Da quel primo incontro, passano cinque anni. Chanthewi pesta il riso, porta l'acqua, raccoglie verdure e legna da vendere al mercato, sempre più stanca, e ogni tanto parla al suo guscio convinta che possa capirla. D'altronde ha già cinque, sei anni, e dovrebbe essere un bambino vero, non un peso in più.
Ma il bambino principe c'è, dentro il guscio, e la sente ogni volta. Vorrebbe davvero aiutarla, ma la paura lo blocca. Ecco che allora arriva in suo aiuto lo spirito buono del bosco, che sa bene chi si nasconde in quella conchiglia, la divinità con un merito così grande che né l'acqua o il fuoco potrebbero fargli del male, destinata a governare un regno. Se nessuno la spinge fuori, pensa, la fatica della madre non finirà mai. Si trasforma così in uno stormo di galline selvatiche e le manda sul riso messo ad asciugare davanti alla capanna.
Il principe, sentendo il pericolo per il riso, esce di nascosto, scaccia le galline, prepara tutto per il ritorno della madre, sempre ovviamente pronto a rituffarsi nel guscio al minimo rumore. Va avanti così per giorni, senza farsi vedere.
Un giorno, però, la madre lo sorprende sulla soglia. Una frazione di secondo, abbastanza perché lui si spaventi per poi correre a rintanarsi nel guscio. La madre, trovando solo il guscio chiuso e il pranzo già pronto, non osa credere a quello che ha visto, ma decide di verificare con i propri occhi. Il giorno dopo finge di uscire, si nasconde, e lo vede giocare fuori dalla capanna. Entra dunque di soppiatto in casa e rompe il guscio in mille pezzi.
Il bambino, terrorizzato, non ha più nulla in cui nascondersi. Si getta ai piedi della madre piangendo, convinto che lei, rompendo il guscio, gli abbia spezzato la vita. Lei lo consola, gli spiega che quella conchiglia non ha portato altro che disgrazie, dando all'astrologo il pretesto per accusarla e al padre la scusa per lasciarsi ingannare. Lo rassicura che, in fondo, non era fatto per durare. E che finalmente era tempo di tornare a corte, a viso scoperto.
Chiama prima i due vecchi e li aggiorna su tutto, incluso il nome scelto per il bambino, "Sang". Sono loro, stavolta, a restare senza parole davanti a quel viso così bello, convinti di trovarsi davanti a un segno di grande fortuna, che da quel momento lo trattano come tale.
Nonostante gli anni passati, a corte il Re non dimentica affatto Chanthewi. E tra quelle mura, Chantha non sopporta più di vedersi trascurata. Con l'aiuto della sua ancella istruisce la piccola Chanthi, la figlia avuta dal Re, a ricordare al padre una vecchia promessa, quella per cui il figlio di qualunque moglie avrebbe ereditato il trono, lasciando intendere che sua madre andrebbe elevata a regina principale. Il Re non è stupido, capisce subito chi ha messo quelle parole in bocca alla bambina, e si scaglia contro la madre. Lei giura la propria innocenza, ma lo punge ancora, dicendogli che la scaccia solo perché continua a pensare a Chanthewi. Il Re esplode, la insulta, e accecato dalla rabbia arriva a colpirla con la spada, ferendola.
Umiliata, Chantha va dalla vecchia Sumetha, esperta di filtri d'amore, che di notte prepara un rito con due teschi, cera e una corda da cadaveri, lasciandole in dono una polvere da spargersi sulla pelle. Da quella notte il Re non trova pace, e consumato dal desiderio, va da Chantha mentre dorme profondamente. Il sortilegio funziona e tra loro non resta più nessuna resistenza.
La mattina dopo, ancora sotto l'incantesimo, il Re si lascia convincere che quel guscio maledetto sia ormai un ragazzo pronto a ribellarsi al trono, e non lo deve quindi più pensare come un figlio suo. Di tutta risposta, ordina ai soldati di trovarlo e ucciderlo nella foresta.
Il soldato che arriva alla capanna e lo vede, capisce senza dubbio di trovarsi davanti al figlio del Re, ma aspetta che Chanthewi si allontani, poi attira Sang con la promessa di un giocattolo e lo afferra per il polso. Prova in più modi a ucciderlo, ma il suo merito lo protegge, esattamente come previsto dallo spirito della foresta. L'unica cosa che può fare, è riportarlo a palazzo in catene.
Al ritorno dal bosco, Chanthewi trova la capanna vuota, e dopo aver saputo dai due vecchi che un soldato ha catturato il bambino, si mette in cammino a piedi verso la corte. Arriva proprio mentre Chantha ha appena convinto il Re a far annegare il ragazzo. Vedendo la sua Ex consorte, qualcosa nel Re si smuove, e ordina immediatamente di restituirle il bambino, ma Chantha è stata più veloce. Su sua richiesta, un soldato ha già legato Sang a una pietra, che sprofonda nell'acqua.
A tal notizia, il Re e Chanthewi svengono e cadono a terra. È di nuovo Chantha a rianimare il Re, convincendolo che non c'è motivo di piangere per chi è semplicemente affondato. Chanthewi, rianimata dai contadini del villaggio, torna da sola alla capanna dai due anziani.
Sott'acqua, mentre affonda, Sang pensa solo a sua madre. Chi l'aiuterà adesso con la capanna? Sviene, ma non muore, mentre lentamente, continua a scendere verso il regno dei Naga.
Nelle profondità del mare, il Re dei Naga sente un calore innaturale attraversare le sue acque. Esce a controllare nonostante la paura del Garuda, il mitico uccello nemico di ogni serpente, e trova invece il giovane sul fondo, con la pietra ancora legata al corpo. Sul suo palmo scorge un segno di merito immenso, e prontamente lo rianima con acqua magica. Credendo di trovarsi davanti a una persona, Sang gli racconta tutto e chiede aiuto per ritrovare sua madre.
Resta quindi ospite per un periodo, ma non può vivere per sempre sott'acqua, così il Re dei Naga decide di mandarlo nel regno degli orchi, conosciuti come yak, un popolo che solo nei racconti più tardi è diventato sinonimo di ferocia, tanto che in thailandese, chi uccide senza il minimo rimorso, si dice che abbia "un cuore da yak". A governarli è Phanthurat, un'orchessa vedova e, guarda caso, senza figli. Il Re dei Naga lo veste, lo affida a una barca d'oro, e prega che la corrente lo porti sano e salvo fino a lei. Il rischio è che qualche orco non se lo divori strada facendo.
Arrivato davanti alle sentinelle del regno degli orchi, queste non riescono nemmeno a toccare la barca, protetta dalle preghiere del Re dei serpenti, e portano a Phanthurat il messaggio che Sang consegna loro. Lei è felicissima, convinta di aver ricevuto un figlio in dono. Tuttavia un indovino la mette in guardia. Quel bambino è un essere umano, non un figlio dei Naga, e l'amore tra un orco e un uomo raramente finisce bene, come dimostra la storia di Nang Meri, abbandonata a morire di crepacuore dall'umano che amava. Phanthurat si infuria, convinta che l'indovino parli solo per paura di perdere potere, e nessun altro si oppone. Ordina a tutti di assumere sembianze umane, poi scende sulla riva e con una preghiera, riesce a far avvicinare la barca e a recuperare il ragazzo. Lo porta a corte, dove inzia una festa lunga sette giorni. E per il restante tempo, lei lo consola e lo cresce come un figlio.
Sang resta con Phanthurat per quindici anni. Lei lo guarda crescere felice, ma quando si allontana per cacciare non gli dice mai con esattezza quanto tempo starà via, per paura che possa fuggire. Gli proibisce inoltre di avvicinarsi a due pozzi e a una stanza accanto alla camera da letto.
Un giorno, aspettando il suo ritorno, Sang entra comunque in quei luoghi proibiti. Nella stanza... trova ossa di tigri, leoni... e di uomini. Terrorizzato, corre ai pozzi. Immerge un dito in quello a sinistra, e l'argento gli si attacca alla pelle. Immerge allora lo stesso dito in quello a destra, e questa volta è l'oro a restare incollato. Prova a strofinarlo via prima che Phanthurat possa vederlo, ma non ci riesce, e allora si avvolge un panno intorno al dito, pronto a dire che si è fatto male. In un altro nascondiglio trova un travestimento da Negrito, uno dei popoli del sud della Thailandia,con tanto di scarpe di cristallo e un bastone. Indossa il travestimento... e scopre di poter volare. Nasconde tutto prima che lei torni.
Capendo ormai di trovarsi davanti a una vera orchessa, comincia a pensare alla fuga per ritrovare sua madre, pur sentendosi in debito per tutta la gentilezza ricevuta. Ma il solo pensiero di un ricongiungimento, gli riempie gli occhi di lacrime.
Phanthurat torna dopo sette giorni, gli manca tanto il figlio. Notando subito il panno intorno al dito, non fa in tempo a chiedere che lui mente, dice di essersi tagliato con un coltello. Furiosa con le ancelle, vuole farle frustare, ma Sang interviene a difenderle. Ammette che loro gli avevano proibito di toccare quel coltello, ma che alla fine lui l'ha preso comunque.
Il merito di Phanthurat sta per esaurirsi, in pratica, il suo tempo è arrivato. Prima di partire per la solita battuta di caccia, dice alle ancelle di badare bene a Sang. Ed ecco che, appena si addormentano, lui fugge. Si immerge completamente nel pozzo d'oro, prende il travestimento da Negrito, con scarpe e bastone, promettendosi di tornare un giorno da lei se sopravviverà, e vola via. Il viaggio dura sette notti, finché non si ferma, stremato, su una grande montagna.
Nel frattempo, le ancelle che si erano svegliate, non trovandolo, scoppiano in lacrime. Quando Phanthurat ritorna, lo chiama invano, trova il livello del pozzo d'oro più basso del solito e il travestimento sparito. Fa due più due, e capisce che è fuggito. Corre a suonare il gong d'allarme, e tutti gli orchi, in un numero così grande da oscurare il sole, volano a cercarlo.
Dalla montagna, Sang vede quel buio avanzare. Allora si toglie il travestimento, sperando che la sua pelle dorata lo faccia scambiare per lo spirito dell'albero su cui si arrampica. Da questo momento possiamo chiamarlo con il suo nome completo, Sang Thong, il principe d'oro, perché quella pelle si mostra davvero. Riescie a depistare gli orchi che gli chiedono del Negrito, e prega affinché il merito di sua madre impedisca a Phanthurat di raggiungerlo.
Lei infine arriva, e lo scorge tra i rami. Ride e piange insieme, promettendo di non punirlo, ma ogni volta che prova ad arrampicarsi, grazie alla preghiera di prima, cade. Gli grida allora che lo ha cresciuto e che il cuore le si spezzerà. Sang le risponde che nessuno gli ha fatto tanto bene quanto lei, ma deve ritrovare la sua vera madre, e presto tornerà.
Come la prende, secondo voi?
Non gli crede, pensa voglia solo allontanarsi da lei. Gli dice però che non glielo impedirà, se è davvero questo che lo rende felice, che vada. Vuole solo vederlo scendere un'ultima volta, per lasciargli in dono travestimento, scarpe e bastone, già carichi di magia, più un nuovo incantesimo per chiamare animali, pesci e il potente Garuda. Lo implora di scendere in fretta.
Sang Thong, temendo di farsi acciuffare, si finge troppo stanco per scendere, ma promette di farlo al tramonto, e le chiede di scrivere la magia per terra invece di insegnargliela di persona.
Phanthurat, disperata, si chiede quale karma le sia toccato per meritare un trattamento simile. Come ultimo tentativo, gli domanda se, una volta morta, brucerà almeno il suo corpo come si conviene, e gli intima comuqnue di scendere per imparare da solo la magia che ha scritto. Poi piange, forse anche troppo, finché il cuore non si ferma per sempre.
Vedendola morta, i servitori scoppiano in lacrime, e solo allora Sang Thong scende in fretta, roso dal rimorso per non averla mai ripagata e per essere stato causa della sua morte. Ordina che il corpo torni in città, pronto per la cremazione.
Impara la magia, si riveste, e vola, fino a raggiungere il regno di Samon, senza sapere di chi sia quella terra. Alcuni bambini al pascolo lo trovano seduto sull'argine di una risaia, e si confrontano spaventati su cosa possa essere: un pazzo? Un marinaio indiano? Una scimmia senza coda? Forse uno spettro dei campi che mangia le viscere?
Solo un bambino non ha paura, e lo definisce con precisione. È un Negrito innocuo, e convinto anche gli altri, lo invitano a giocare. Condividono anche il riso a pranzo, e quando si fa sera, lo invitano a casa per dormire, ma lui resta lì, nei campi, con la promessa di rivedersi presto.
In quel regno di Samon, governa un Re che sente il peso degli anni. Ha sette figlie e nessun genero, e promette il regno, tanto per cambiare, a chiunque si mostrerà degno. Manda messaggeri ovunque, e principi di ogni tipo si presentano a corte. Al gran giorno, tutte le figlie lanciano la ghirlanda al pretendente scelto, tutte tranne Rochana, la figlia più giovane, che preferisce restare con i genitori piuttosto che sposarsi. Nonostante il fior fiore dei nobili pretendenti, il Re non riesce a convincerla e sua moglie, la regina, gli propone quindi di aprire la scelta a chiunque nel regno. Si presenta un'onda di personaggi di tutti i ceti sociali, ma anche qui, Rochana non ne vuole sapere di nessuno.
Possibile che non esista un uomo che vada bene a sta ragazza? Pensa il Re, e chiede ai suoi soldati se hanno davvero portato il messaggio a chiunque, e loro rispondono che in realtà ne resterebbe solo uno... ma è un Negrito che vive nei campi. Per scherno, il Re dice alla moglie che forse Rochana sceglierà proprio lui, e le guardie lo portano a corte con un trucco, poiché il negrito non aveva nessuna intenzione di seguirli. Visto che con la forza non funzionava nemmeno, i bambini, suoi amici, corrotti dai soldati svelarono che dovevano usare dei fiori rossi, così che li avrebbe seguiti di sua spontanea volontà.
Arrivato a corte, tutti ridono di lui, ma qualcosa di quasi divino si muove nel cuore di Rochana. Il Negrito prega che lei veda il suo vero corpo dorato sotto il travestimento, ed è quello che accade. Lei si avvicina, e poi lancia la ghirlanda proprio su di lui.
Il Re prima sviene, poi minaccia di picchiare Rochana che si difende incolpando proprio il suo karma. Per rimanere di parola, prova a farli vergognare, ordinando di costruire loro una capanna nei campi, senza vere nozze, nelle notti più propizie ai matrimoni, apposta per pesare ancora di più sulla vergogna. Le sei sorelle la coprono di scherno, ma lei ribatte a tono. Il distacco dai genitori è piuttosto dolceamaro.
Nella capanna, Rochana piange, mentre il Negrito gioca come uno sciocco. Solo al buio le parla come un innamorato, raccontandole di un regno oltre il cielo, un destino scritto in una vita passata. Lei gli dice a voce alta di sapere che non è quello che sembra, perché dunque nascondersi sotto quel travestimento?
Ed ecco che lui le racconta la verità e, una volta finito, si toglie il costume.
Rochana rimane a bocca aperta. È bello come un dio.
Le spiega di essersi travestito per trovare la donna davvero destinata a lui, poichè è un principe, e il suo nome è Sang Thong. È quella la notte in cui diventano davvero marito e moglie.
Tuttavia, quella parvenza da Negrito non le piace. Lui toglie il travestimento solo di notte, per poi nasconderlo. Così, lei glielo ruba mentre dorme, provando a tagliarlo, bruciarlo, distruggerlo in qualche modo, ma niente funziona. Sang Thong, svegliatosi, spegne il fuoco ancora acceso e le chiede spiegazioni. Lei ammette che è la vergogna a spingerla, perché è grazie a quel travestimento che è partito tutto il conflitto con la sua famiglia. Discutono animamente, e da quel momento Sang non si fida più, a tal punto, che non lo toglie mai.
Il Re di Samon non accetta quel matrimonio quindi annuncia una prova per liberarsi del Negrito.
L'indomani ogni genero dovrà portare cento pesci, pena la morte. I sei mariti delle figlie si compiacciono, sicuri di sé; l'unico deriso è il Negrito, che dovrà arrangiarsi con solo una rete grezza. Rochana, disperata, si getta ai piedi del marito convinta che morirà, ma lui la rassicura poiché ha in serbo un asso nella manica.
La mattina vola fino a un ruscello, si toglie il travestimento, e prega che il potere della madre orchessa raduni tutti i pesci di quelle acque. I sei cognati, con servi e reti, non pescano che un coccodrillo, finché la corrente non li porta proprio da Sang, circondato di pesci. Scambiandolo per una divinità, gli rendono omaggio, e lui finge di non riconoscerli, anzi, li minaccia pure. Terrorizzati, spiegano la loro situazione, così Sang accetta di aiutarli, ma in cambio vuole la punta del loro naso, un pezzetto ciascuno. Dopo essersi consultati, accettano malgrado, e l'uomo dorato prega affinché i pesci ormai prossimi alla fine naturale della loro vita risalgano sulla riva. Gliene dà due a testa, e li rimanda a casa, non prima di avergli tagliato la punta del naso.
A corte, il Negrito posa i suoi duecento pesci a terra, mentre Rochana finge modestia chiedendo se le sorelle abbiano già portato le loro catture. Il Re, furioso, sfoga la rabbia sul cuscino. Poco dopo arrivano i sei cognati, tristi e senza pesci, che mentono sui nasi tagliati dando la colpa a un pesce palla e a uno spirito maligno. Il Negrito fa notare a Rochana quei nasi, felice di vedere le sue sorelle a disagio. Ovviamente qui si fa lunga la questione che ne viene fuori tra di loro mentre si punzecchiano. Sta di fatto che ne nasce un litigio che sfiora la rissa, finché la regina, di nome Mentha, non li interrompe. Anche se, prima di andarsene, il Negrito punta ancora il dito verso i nasi tagliati.
Il Re, furioso, cambia approccio. Stavolta si va a caccia. Stesse condizioni, cento animali o la vita. La prova si ripete quasi identica... i sei trovano solo animali indegni di un Re, e incontrano di nuovo Sang, che stavolta chiede la punta delle loro orecchie in cambio di venti cervi, tenendone la maggior parte per sé. Al momento di mostrarsi a corte con il bottino, lui va da solo, perché dopo il caos dell'ultima volta, forse è meglio che la moglie stia a casa, pensa,onde evitare scontri veri.
I sei mariti mentono di nuovo sulla loro scarsa caccia e quelle orecchie tagliate sulla punta, dando la colpa allo spirito maligno e a un coltello sceso dal cielo. Il Negrito, invece, conta le numerose carcasse e poi punta il coltello verso il collo del cognato maggiore. Uno di loro, spaventato, convince il Re che il Negrito sia uno spirito malvagio da cacciare via. Il Re non se lo fa ripetere due volte, ci crede, ma quando le guardie si avvicinano, il Negrito agita il bastone e il sovrano cade dal trono. Poi, non contento, mette dell'acqua nella bocca e la sputa su tutti e sei, trascina uno di loro per l'orecchio come un bue al giogo, infine saluta con rispetto la suocera e se ne va. Direi che si è preso un po' di soddisfazione per l'arroganza ricevuta. Alla capanna, racconta tutto alla moglie, anch'essa compiaciuta, e felice, di averlo scelto quel giorno.
Ora subentra un altro regno alla storia. Quello di Indra. Il suo trono celeste ha la particolarità di diventare scomodo ogni volta che qualcuno di giusto soffre un torto. Vedendo quanto Rochana soffra per il travestimento che il marito non toglie più, scende sulla terra e minaccia tutto il regno di Samon con un esercito di divinità travestite da soldati, facendo fuggire la popolazione nel panico. Lo so, sembra una soluzione un pelo esagerata, ma ha un piano.
Il Re di Samon, credendo la città circondata, ordina di chiudere le porte e preparare pietre roventi. Ecco che Indra manda il dio Wisanukam con una sfida per lui: una gara di polo a cavallo. Chi vince prende il regno, e se rifiuta, brucerà tutto. Il Re di Samon, spavaldo solo in apparenza, accetta e promette che giocheranno i suoi generi. I sei, con le facce ancora segnate da nasi e orecchie spuntati, si presentano al campo da gioco. Indra, sapendo chi sono, li asfalta senza pietà. Dapprima cadono da cavallo, poi non riescono nemmeno a sollevare il bastone, e infine si arrendono.
A Indra non resta che reclamare il regno, ma offre un'ultima possibilità, dopotutto, non resta ancora un genero?
Il Re è disperato, poiché lo crede solo uno stupido Negrito della foresta. La Regina Mentha lo convince a tentare comunque, e va lei stessa a chiedere al Negrito di giocare. Lui rifiuta, ed è quindi Rochana a convincerlo davvero, dicendogli che potrebbe morire se non lo fa. Lui, diffidente dopo i due tentativi che il suocero ha architettato per ucciderlo, pensa che sia un'altra delle sue prove, ma alla fine cede e parla apertamente con loro del proprio timore. Non avendo nulla di adatto da mettersi per l'occasione, rifiuta i vestiti offerti prima da Mentha, poi dallo stesso Re. Solo quando il dio Wisanukam gli porta un abito mandato direttamente da Indra, si toglie il travestimento e lo affida a Rochana.
Nel vederlo, i sovrani faticano a credere a tanta bellezza. Alla domanda su chi sia suo padre, racconta tutto: il nome, la discendenza da Yosawimon, la sua storia intera. Anche i sei cognati lo riconoscono, era proprio quello scambiato per ben due volte come il “Signore della Foresta”. Le loro mogli se ne innamorano all'istante e per gelosia tornano a criticare Rochana, che racconta con piacere come i loro mariti abbiano perso naso e orecchie per causa sua. Fatto sta, che il Re di Samon li condanna a diventare servitori del cognato.
Per la gara, sceglie un cavallo dal mantello screziato notato tra i campi, pur avendo a disposizione tutte le stalle reali. Nel frattempo, s ul campo, Indra confida a un'altra divinità di essere soddisfatto. Finalmente ora può mostrare al suocero quanto Sang Thong sia potente. Il Re di Samon prepara un'offerta e promette nove giorni di spettacoli se vince. Benedetto dai suoceri, Sang Thong comincia a giocare.
Ed è un campione.
Vedendolo vincere, il Re ride fino a sfinirsi. Un boato si alza dalla folla mentre Indra e Sang Thong salgono in cielo sui loro cavalli. Diciamola tutta... Indra finge di perdere, e prima di risalire al cielo, dice al Re che è giusto dare il regno a un genero così abile. I sovrani abbracciano Sang Thong e lo riportano a corte e, come promesso, va in scena per nove giorni l'Inao, una storia di origine giavanese che le donne di corte mettevano in scena da generazioni ancora prima che Rama II scrivesse Sang Thong.
Tornando alla festa, il Re lo accompagna in processione fino alla sala delle cerimonie, dove un anziano bramino accende le candele del rito benaugurale, e i due sovrani, benedicendo Sang Thong e Rochana, consegnano loro il regno.
Non è finita qui! Da lassù, Indra guarda in basso e vede Chanthewi. Non vi sarete mica scordati di lei, vero? È lì che sopravvive ancora nella foresta. Mosso a pietà, va di notte da Yosawimon, lo sveglia di soprassalto e lo minaccia di morte se non si alza. Il Re, terrorizzato, gli racconta che darebbe tutto pur di riavere anche solo una donna che gli prepari da mangiare. Ormai Chanta, avuto ciò che vuole, l'ha messo in secondo piano. Ma niente paura, Indra gli rivela dove si trovano moglie e figlio, e gli intima di ritrovarli entro sette giorni, o morirà.
Quella notte, Yosawimon la piange tutta, poi al mattino, senza nemmeno lavarsi, ordina ai soldati i preparativi per partire. Chantha, scoprendolo, prova a fargli pressioni perché rinunci, ma dopo sarcasmo e battibecchi il Re parte comunque.
Ecco che trova Chanthewi magra e sfinita, nascosta con i due vecchi per paura di lui. Riesce infine a convincerla spiegandole che è stato Indra a rivelargli dove trovarli. La donna, felice di sapere il figlio vivo, accetta di seguirlo, chiedendo solo di ripagare la gentilezza dei due anziani che l'hanno ospitata per tutto quel tempo, e il Re li ricompensa con denaro, vestiti, servitori e un titolo. Quelle cose che ti cambiano la vita insomma.
I due sovrani partono insieme verso il regno di Samon, e una volta arrivati davanti alle mura, Yosawimon vorrebbe far entrare lei per prima per paura del risentimento del figlio, ma Chanthewi lo rimprovera, poi gli dice che sarà lei a parlare. Si travestono da povera gente di campagna, contrattando tra i banchi del mercato, e al tramonto si fermano a dormire in un padiglione per viandanti.
Il giorno dopo, assistono a una processione cittadina voluta proprio da Sang Thong, che dorme a fatica pensando ancora alla madre. Vedendolo, Yosawimon chiede se possa essere davvero il loro figlio, d'altronde lui non riusciva a riconoscerlo, ma Chanthewi sì, non ha dubbi, c'è solo quella pelle dorata che non le torna. In tutto questo, si avvicinano troppo, e le guardie li respingono. Decidono quindi di trovare un impiego mentre cercano di raggiungere quel principe.
Yosawimon trova occupazione presso il guardiano del cancello, mentre Chanthewi viene assunta nelle cucine del palazzo. Un giorno, prepara una zuppa di curry intagliando sette ortaggi, ognuno a raccontare un momento della vita del principe, dalla conchiglia fino al giorno in cui viene gettato in mare. Quando Sang Thong assaggia la pietanza, riconosce negli ingredienti l'intera storia e piange, chiedendo che chi l'ha preparata venga subito portata al suo cospetto. I servitori, spaventati dal suo pianto, corrono dalle cuoche gridando, credendo che qualcosa di sbagliato abbia fatto piangere il principe. Chanthewi le calma, dicendo che la colpa, se c'è, sarà tutta sua.
Una volta davanti al figlio, Sang Thong, con le lacrime agli occhi corre ad abbracciarle i piedi e in quella troppa gioia, sviene, insieme alla madre e Rochana. Ci pensa un medico a rianimarli tutti e tre, e Sang Thong racconta ogni cosa ai suoceri. La madre gli fa promettere di non serbare rancore verso il padre, lui glielo promette, e insieme raggiungono il cancello dove Yosawimon lavora come servitore. Immaginate la scena: padre e figlio che si abbracciano piangendo... e in quel pianto, la voce di un padre che ammette di aver sbagliato, e com'è giusto che sia, gli offre il regno.
Tornati a palazzo, mentre i genitori di Sang Thong restano ospiti, è Rochana a prendersi cura di loro. Arriva anche il momento di tornare nel regno del padre, per la promessa fatta a Indra, e lei sceglie di seguirlo ovunque vada, promettendo ai suoi genitori, che sarebbero comunque tornati. Anche Yosawimon lo rassicura, dicendogli che ameranno Rochana come una figlia, e la faranno ritornare.
A questo punto, i suoceri li accompagnano fino agli elefanti. Yosawimon e Sang Thong aprono la fila, Chanthewi e Rochana seguono su un carro dorato. Lentamente, al suono di corno e gong, la processione si allontana.
Restano da dire due cose, prima di chiudere.
La prima riguarda l'origine di questa storia. La nascita da una conchiglia non è un'invenzione tutta thailandese. La stessa immagine compare in antichi racconti buddhisti, e tracce simili si trovano anche in Tibet, in Bengala, e a Ceylon. In Laos esiste invece un'epopea gemella, con una madre esiliata identica a Chanthewi, mentre in Cambogia si mette in scena solo la parte centrale, la scelta di Rochana, la vittoria a polo, senza nascita né Naga né orchi.
Quella che avete ascoltato oggi, nei suoi nove atti, è la versione più ricca che esista, e che ho sintetizzato o l'episodio sarebbe durato ore, ma vi invito a cercarla e inserirla nella vostra biblioteca personale. Forse Rama II, ha voluto scriverne una forma più completa, forse proprio perché sapeva che ogni corte vicina ne raccontava solo un pezzo.
La seconda cosa che voglio dirvi è invece più una domanda.
Quanti gusci si rompono in questa storia, in realtà?
A parte quello della nascita, c'è anche il travestimento da Negrito, che Rochana non riesce a distruggere nemmeno col fuoco, e che si toglie solo quando lui stesso decide di farlo. C'è inoltre il curry di sua madre, che non è altro che la sua intera vita, tagliata a pezzi e rimessa in fila, aspettando qualcuno capace di riconoscerla.
Ecco perché credo che la vera storia di Sang Thong riguardi molto meno il momento in cui un principe si rivela tale, e valga di più chi, intorno a lui, sceglie di guardare abbastanza a lungo da vederlo.